Il territorio vitato che si estende tra la provincia di Lecco e quella di Bergamo è sicuramente il luogo più adeguato per parlare, raccontare e approfondire le azioni di un altro Manzoni, non di colui che ha dato il nome al vitigno coltivato proprio in queste zone. Stesso cognome, siamo sempre nell’ambito del vino ma è di Alessandro Manzoni scrittore che delineeremo la figura di studioso botanico viticoltore.
Tutti ricordiamo il romanzo per averlo studiato a scuola, in genere obtorto collo; i territori in cui avvengono le azioni raccontate all’interno dei 38 capitoli che lo compongono sono uno spunto importante per conoscere un Manzoni ‘diverso’. Nel secolo in cui si svolge la vicenda, la divisione dei territori era ben diversa: Lecco si trovava sotto Milano e gli Spagnoli, Bergamo era nel pieno della dominazione veneziana. A questo proposito c’è un passo dove la differenza tra i due governi è espressa in modo assai diretto: Bergamo viene descritta come la Terra di San Marco, dove si vive in modo più moderno e liberale, al contrario della presunta cuccagna milanese. Milano è rappresentata e ridotta ad essere una mera provincia dell’Impero spagnolo.
Alessandro Manzoni non è solo uno scrittore prolifico ma, per ciò di cui vogliamo trattare qui, è stato un profondo conoscitore della botanica, un agricoltore che sperimentava molto nei giardini e nei parchi delle ville di famiglia, un appassionato di piante e non solo di vigneti e vino. La passione per la viticoltura lo porterà ad approfondire vitigni e metodi di coltivazione. Torniamo alla sua opera maggiore, I Promessi Sposi: nella sua versione definitiva del 1840, i riferimenti al vino, ai paesaggi vinicoli e alle vigne sono costanti. Da subito, nel primo capitolo, ancora prima dell’incontro di Don Abbondio con i Bravi, Manzoni ci descrive quel famoso ramo che volge a mezzogiorno e il suo paesaggio di montagne, coltivazioni varie e vigneti.
Le vigne tornano, sempre nel primo capitolo, più avanti nel racconto che inquadra la storia e il contesto nel quale si sviluppa la vicenda; qui il Manzoni fa un preciso riferimento alla dominazione spagnola e sottolinea i comportamenti tenuti dalla guarnigione e dalla soldataglia spagnola che “non esita ad accarezzare le spalle di padri e mariti”, con tono evidentemente ironico. Allo stesso modo accenna alle molestie verso le fanciulle, alle ruberie e ai furti dell’uva proprio quando la vendemmi è pronta a partire. Resta il fatto che il vino accompagna le vicende dei personaggi lungo tutto il romanzo. Prendiamo Don Abbondio, il primo in ordine di apparizione per il suo legame col vino: lo vediamo, scosso dall’incontro con i Bravi, affrettarsi a rientrare a casa. Una volta arrivato in canonica chiede a Perpetua, come prima cosa, un bicchiere dio vino per placarsi e, da lettori, conosciamo subito l’abitudine del prete perché lei aveva già preparato fiaschetta e bicchiere. Non sappiamo di che vino si tratti, se sia rosso o bianco; sappiamo solo che Don Abbondio ‘lo tracanna come se fosse una medicina. La presenza del vino nei Promessi Sposi è trasversale ai ceti, ai luoghi e ai personaggi. Più avanti nei capitoli, anche l’incontro tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo, il signorotto che farà rapire Lucia, è segnato dalla presenza del vino. Don Rodrigo, con l’arroganza che gli riconosciamo tipica del personaggio, offrirà sì del vino al frate ma tutta la scena, sottolineata dal servitore che entra nella stanza con ampolla e bicchiere lungo a calice, porgendolo al frate perché possa servirsene da sé, rimarca la differenza dei due, confermata nel seguente capitolo VI, dove senso morale, etico e religioso segna una voragine di differente umanità.
Anche Renzo e il vino si incontrano spesso nel corso della narrazione delle vicende. Renzo, lo scopriamo subito, benché possieda una sua vigna non è certamente abituato all’alcool ed è un sempliciotto poco avvezzo agli intrighi nei quali si trova imbrigliato; ciononostante, non si tira indietro quando, incontrandosi con Tonio per organizzare le nozze, dalla casa di Agnese lo porta in osteria a bere un bel boccale di vino.
La scarsa dimestichezza di Renzo col vino diventa ancor più evidente nel XIV capitolo: Renzo è a Milano e finisce per ubriacarsi all’Osteria della Luna Piena, dando così adito al compagno di bevute, un poliziotto sotto mentite spoglie, di farlo catturare il giorno seguente. Persino Lucia, donzella inerme, rapita e prigioniera dell’Innominato nel suo castello, vedrà offrirsi del vino che rifiuterà così come le pietanze che la vecchia serva le porta. Pregherà fino a cedere al sonno invece di mangiare e bere, che l’accettare cibo equivale al sottomettersi alla situazione.
Che dire invece dei Monatti? Nel XXXIV capitolo incontrano Renzo e, riconoscendolo come troppo per bene per essere un untore, lo invitano a bere dal fiasco che si passano di bocca in bocca. Quel vino sottratto alla cantina di colui che giace buttato insieme ad altri sul carretto, bevuto con ‘un atroce e maledetto ghigno’, ci dice il Manzoni.
Possiamo sicuramente affermare che, nel grande affresco del Manzoni, le vigne e il vino attraversano luoghi, vicende personali, individuali e collettive relative a tutti i personaggi. Dalla descrizione del paesaggio nel primo capitolo, così pittoricamente precisa e ammirata a quella sofferente della Vigna di Renzo nel XXX capitolo, in cui l’autore ci descrive le vigne devastate dai saccheggi e dallo scempio dei Lanzichenecchi che portano la peste.
I protagonisti di questo romanzo, che suggerisco di rileggere almeno una volta ogni dieci anni, spesso trascendono con il consumo di vino: dal banchetto di Don Rodrigo dove sono presenti tutti i ‘cattivi’ della storia, allo straparlare di Renzo nelle osterie. Il linguaggio sciolto dal vino diventa a seconda del carattere crudo, violento, al limite della brutalità o sciocco e inopportuno. Vino nei palazzi e vino nelle bettole: vino che ci è utile per comprendere la vera natura dei diversi personaggi.
Le righe che il Manzoni dedica al vino fanno comprendere che l’autore non era solo appassionato ma profondamente competente. Il Manzoni ha davvero un legame profondo con la viticoltura, soprattutto grazie a quei due luoghi della memoria che erano le Tenute del Caleotto e quella di Brusuglio.
La proprietà del Lecco era enorme: a parte la villa e i suoi annessi, il ‘giardino’ era coltivato a vite e gelsi, ortensie e molte altre specie botaniche. Per la cura di giardino, vigneti, campi e animali erano impiegate ben sei famiglie di massari, uno dei quali seguiva anche la cantina. Egli aveva un contratto assai impegnativo dovendosi occupare anche della polleria, dei lavori della vendemmia, della vinificazione oltre che della cantina. Il gelso costituiva ancora un sostegno vivo per la vite, il cui prodotto serviva sostanzialmente per l’autoconsumo, a differenza delle foglie di gelso che erano vendute per l’allevamento del baco da seta.
Come era la vendemmia al tempo del Manzoni? Si coglieva l’uva quando reputata matura, la si pigiava in piccoli torchi per estrarre il mosto fiore. Per la successiva torchiatura delle vinacce si usavano grandi torchi a leva, prevalentemente in uso consortile o di proprietà delle famiglie nobili; usanza diffusa anche nella bergamasca dove venivano affittati.
Che vino produceva il Manzoni a Lecco? Pare da numerosi documenti che fosse così di qualità tanto da essere in parte venduto. Lo sappiamo dalle lettere di Giulia Beccaria, madre di Alessandro, la quale chiedeva al nuovo proprietario del Caleotto, il mercante Scola, di inviarle delle brente, dei vascelli come li descrive lei, ‘del buon vino del Caleotto’. Manzoni, una volta venduta la proprietà di Lecco e trasferitosi a Brusuglio, si concentrerà nella sperimentazione botanica, con risultati di alterna fortuna.
La viticoltura nella prima metà del secolo XIX era più che altro orientata all’autoconsumo. Sicuramente si trattava di una viticoltura quantitativa e non qualitativa; la superficie vitata della Lombardia si era già notevolmente ridotta nella seconda metà del 1700, a favore della coltivazione del gelso. Le zone più vocate restavano quelle collinari, lungo il corso dell’Adda, la Valtellina, la Franciacorta e la Bergamasca. La qualità però restava bassa e i ceti aristocratici o benestanti, famiglia di Alessandro Manzoni compresa, preferivano acquistare vini provenienti da altre zone o paesi: i bianchi dall’Istria, i vini rossi e i grandi bianchi dalla Francia, mentre dalle isole arrivavano ancora i vini liquorosi e i passiti.
Non dobbiamo dimenticare che in una stessa vigna era abitudine piantare vitigni diversi, spesso anche nel medesimo filare. Il Manzoni, grazie ai suoi studi di agronomia, fece diventare la tenuta di Brusuglio il suo campo sperimentale in tema di coltivazione della vite. Iniziò col separare il vigneto dalle altre coltivazioni, cambiando zone e appezzamenti, anche perché l’ampiezza della tenuta lo permetteva senza difficoltà. La sua ricerca del vino di qualità si indirizzò verso vitigni diversi, i cui frutti venivano vinificati separatamente; in seguito, cambiò anche il sistema di allevamento e di potatura. Il suo desiderio era quello di produrre vini utilizzando i vitigni che oggi consideriamo internazionali quando i vini locali erano prodotti mischiando vitigni diversi. Il Manzoni sviluppò un vero interesse verso il Pinot Nero, di cui si dice sarà il primo ad introdurlo in Lombardia; volendolo impiantare nella tenuta cercò i cloni che meglio si potevano adattare a quei terreni. Il fatto è che importarlo dalla Francia era estremamente costoso, anche perché ne voleva almeno 15.000 barbatelle. A questo punto entra in scena la madre, Giulia Beccaria, che con una lettera e una non troppo nascosta richiesta, scrive all’amica Euphrosine Flanque-Planta raccontandole della passione del figlio. L’amica francese, che probabilmente aveva un debito di riconoscenza con i Manzoni, non perde un attimo e farà arrivare in dono ben 32.000 barbatelle. Inutile dire che il nostro Alessandro era al settimo cielo e inizia subito la nuova sperimentazione. Cercherà in seguito di far arrivare, sempre dalla Francia, delle piantine di Cabernet Sauvignon, non sappiamo però come sia andata a finire la ricerca.
Il Manzoni spazia anche nei regionali: l’Uccellina, in realtà la Vitis Labrusca, quella americana per intenderci. Impiegò barbatelle di Pignola (Rossa friulana o Pignoletto bianco dei colli bolognesi; Manzoni la utilizza sia separatamente sia turnandola con altre varietà a seconda della situazione climatica, metereologica e della risposta del terreno. E ancora, la Schiava che arrivava direttamente da Rovereto grazie ad Antonio Rosmini che ne aveva accolto le accorate richieste, così come era successo per i maglioli francesi. Nell’archivio della Tenuta di Brusuglio si trovano distinte di uve per ben cinquantaquattro varietà. Ciò non toglieva che il Manzoni preferisse il Valpolicella, i vini francesi, i portoghesi e gli spagnoli liquorosi; egli non era solo uomo di grande cultura ma un appassionato gourmet, un buongustaio, bevitore allenato e competente, un goloso di cioccolata. Tant’è che i riferimenti alle vigne e al vino compaiono nel suo romanzo per ben trentadue volte.
Possiamo quasi definire il ruolo che il vino assume all’interno della narrazione:
- Il vino della consolazione per Don Abbondio
- Il vino dell’arroganza per Don Rodrigo
- Il vino dell’amicizia e della confidenza per Renzo e Tonio
- Il vino della carità per l’episodio del sarto e di Maria la vedova
- Il vino che stordisce e intrappola ancora per Renzo all’Osteria della Luna piena
- Il vino del tradimento per il Griso e Don Rodrigo
- Il vino del rifiuto di Lucia
- il vino dell’effimera e maligna consolazione dei monatti
Come si può notare, il vino dell’amore non esiste qui.
Vediamo più da vicino il vino del XIX secolo, ricordato come il secolo della Fillossera.
Questo piccolo insetto originario degli Stati Uniti riuscirà a distruggere tra il 1860 e il1880 tutto il vigneto europeo. Allo stesso tempo, però, nasce l’enologia moderna: fino a quel periodo la coltivazione della vite e la pratica di fare vino era ancora fortemente legata alle tradizioni locali, con procedimenti in campagna ed in cantina che variavano da regione a regione. Tuttavia, in Francia, Italia e Germania iniziano a comparire i primi manuali tecnici e trattati scientifici. Il secolo vede anche le prime classificazioni ufficiali dei vini, cominciando dai ‘cru’ di Bordeaux nel 1855, volute da Napoleone per l’Esposizione Universale di Parigi.
Parallelamente, in Italia, inizia una vera e propria evoluzione culturale concentrata nelle regioni del nord; Cavour stesso sperimenta nuove tecniche nella sua Tenuta di Grinzane. Verso la fine del 1800 nascono le prime cantine cooperative, i consorzi, le fiere agricole e le prime forme di protezione delle denominazioni. Il vino da tavola e il vino di qualità superiore, con origine nota, divideranno il percorso di diffusione e crescita.
Torniamo per un istante al vino come seduzione e al rapporto tra uomo e donna ne XIX secolo, occorre però fare un po’ di chiarezza. Un conto era la vita nei salotti aristocratici, un conto era quella del popolo per il quale le feste popolari erano quasi le uniche occasioni di incontro tra i due sessi. Le donne vivevano in condizioni assai diverse a seconda del ceto di appartenenza: se altoborghesi o nobili avevano la possibilità di essere istruite, alcune diventavano delle grandi letterate. Nascevano infatti i salotti dove le frequentazioni erano circoscritte al medesimo ambiente come, ad esempio, quello di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni, dona di grande cultura e con una rete di conoscenze che uscivano dall’ambito lombardo.
Certo si trattava di una vita controllata, sottoposta a rigide regole di comportamento che dovevano per forza aderire ad uno schema di vita ben preciso; matrimoni in età molto giovane e solo con uomini facenti parte del medesimo ambiente sociale.
Se paragoniamo il secolo di Manzoni con quello dei Promessi Sposi vediamo che le differenze non erano così marcate: le prospettive, sia che fossero aristocratiche o popolane, erano quelle di divenire delle buone mogli, di fare figli e condurre la casa.
La dote matrimoniale pesava per la scelta del marito, sempre che l’avessero; se non si fossero sposate spesso la scelta sarebbe stata tra il convento e il restare nella casa paterna, se concesso. Le donne dei ceti inferiori non sceglievano: lavoravano nei campi, accudivano gli animali, i bambini, la casa. Anche Lucia lavorava, ma in una filanda, dato che l’allevamento dei bachi da seta era la principale attività della Lecco dell’epoca.
Poi arriva la terribile peste del 1630 e tutto cambierà per lungo tempo; il morbo e la morte accomuneranno ricchi e poveri, borghesi e nobili, popolani e aristocratici. © Elena Miano, Ospiti A Tavola ®, anno 2026.



