Poca voglia di studiare, oggi. E poi fa caldo, tanto; lascio da parte per un pomeriggio i riti e le feste della vendemmia. I libri, dopo tutto, mi aspettano sempre: fedeli amici solo apparentemente inanimati ma capaci di far esplodere inquietudini o di placare trepidazioni, nutrendo di immagini e racconti. Scelgo della musica dalle mie innumerevoli playlist, direi una per ogni stato d’umore e di animo, e scrivo.
Un titolo, questo, che non è esattamente quello di un famoso film di Pupi Avati ma che spiega perfettamente il senso del mio scrivere di ora.
Ho sempre amato organizzare cene in casa; un po’ perché sono ospitale di natura, un po’ perché il mio è un ambiente accogliente, un po’ perché altrimenti con gli amici diventa difficile vedersi. La cena offre tutto questo e non solo. Ho delle regole fisse: io cucino e propongo il menu, gli invitati che sono al massimo nove visto che ho dieci sedie, se lo desiderano possono portare una bottiglia o un dolce ma nessuno si deve sentire obbligato, di solito penso a tutto. Nove invitati che spesso non si conoscono, sempre con professioni diverse (altrimenti sai che barba aver una cena di commercialisti o avvocati o idraulici), ma con un imprescindibile comune denominatore: la passione per il cibo, per il vino e per una compagnia brillante e intelligente.
E chi viene a cena per la prima volta deve portare un ciocco per il camino.
Questa volta però era diverso: volevo farlo conoscere. Una sorta di prova, lo ammetto, di cui ero veramente curiosa. Consulto gli habitué (tutti accettano con gioia chiedendo un piatto) e preparo un menu, diciamo su richiesta, abbastanza contrastante ma goloso e appagante. Starò un paio di giorni in cucina ma che importa? È esattamente questo il fascino dell’invito.
Una terrina di coniglio alla birra, cotta a bagnomaria nel forno – lo riconosco una ricetta impegnativa, l’ultima caponata della stagione, le polpette affogate nel sugo, un risotto alla milanese con a parte il midollo liquido filtrato come si faceva un tempo, dei formaggi e per finire la sbrisolona. Una cena dai ritmi lenti, discorsi che si intrecciano, complicità che si creano, alleanze di battute subito smentite dall’arguzia seguente, racconti di vita riportati con leggerezza, scambi di idee e opinioni, la voluttà del cibo e la sensuale goduria della compagnia. Questo è stato, ed è sempre per me, il piacere della tavola. Quando il discorso è sospeso solo per il boccone in bocca la cena è riuscita.
E lui? Un convitato naturale, socievole commensale, chiacchieratore brioso ma mai banale. Ma è stata solo la prima e non è detto che…


