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Il paiolo raccoglie dal fondo le prime bollicine d’acqua; segno che tra poco sarà troppo tardi per tuffarsi, pensa la farina. Mista, corposa e a tratti scontrosa, perfetta per essere ammorbidita dal formaggio, più tardi.

Una manciata di sale grosso, due secondi per lasciare che si perda nel caldo liquido e poi via, una cascata controllata di grani oro e bruniti. Subito la frusta, perdio! Ubbidiente, lei inizia a muoversi disegnando cerchi, un po’ da sotto in su, lenta e sinuosa scioglie anche quel piccolo grumo che provava a formarsi. Sa far bene il suo lavoro, lo sa, nessuno le resiste.

Un ronzio sommesso annuncia l’arrivo della pala a motore; la farina, ormai tutt’uno con l’acqua e il sale, si rilassa pronta per quel massaggio costante e ritmico che la porterà a rassodarsi prima di cedere la sua ruvidezza al formaggio, ma solo in ultimo.

Intanto, in cucina, si affettano sottili i formaggi, quattro anche cinque varietà diverse, di montagna, di piccole e grandi stagionature. Si beve un bicchiere di vino, si pregusta ciò che verrà.

Ci vorrà un’ora prima che lei sia pronta ad accogliere quei lembi trasparenti e profumati, pochi per volta, la morbidezza raggiunta dai primi solletica la rigidità dei secondi, dei terzi e via così, fino ad un grondare dorato di sapori.

Ancora qualche giro e per ultimo si presenta lui: lo stracchino fresco. Guardato di traverso dai formaggi di razza, lui si fa beffe della loro paziente stagionatura: è giovane, immediato e seduttivo per quella polenta che ancora non fila come deve.

Questione di un solo attimo, lui si è già mescolato con lei e con loro, morbido e cremoso com’è seduce ad ogni giro di pala, si insinua nelle pieghe più nascoste, è velluto carezzevole, compiacente compagno di cottura. Il burro con la salvia sta già sfrigolando, a lui il compito di irrorare la polenta con un’ultima saporita, bruciante, estrema e calda fusione.

È lussuria, vera.

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