Sei bella come il sole, brillante di giallo e di luce.
Sei morbida, di una morbidezza che blandisce i sensi facendosi accarezzare, docile. Vellutata come una seta da gustare, attraente ed appagante.
Il cucchiaio ti si avvicina lento, si immerge in te, calda, soffice e stuzzicante come solo tu sai essere.
Sei l’abbraccio di fine giornata, l’affettuoso ritrovarsi che tutto riconcilia, il garbato ristoro dell’affanno quotidiano, l’amorosa lievità di un bacio in fronte.
Sei pura arrendevolezza, soave e giocosa, questo diletto ti piace e ti concedi volentieri, sorso dopo sorso; una nuvola cremosa avvolge il palato di chi ti gusta, per non scordarti più.
Vogliamo condividere con tutti questo piacere? Scegliamo una zucca di qualità cremosa, l’ideale sarebbe la Zucca Turbante, non sempre facile da reperire; ripieghiamo su una Butternut, più diffusa anche nella grande distribuzione. Una cipolla birichina ma dolce, quella di Montoro è perfetta, carezzevole ma di carattere. Tagliamola a velo con una mandolina, sottile come un pensiero. Sciogliamo i petali di cipolla in un olio extravergine, che sia squisito e lieve, fino a farli scomparire, fondendosi di piacere. La pentola in ghisa è perfetta: mantiene un corposo calore e non cede agli attacchi brucianti della fiamma.
Ora tocca ai cubetti di zucca, a cascata si tuffano, un lampo arancione che illumina il nero interno della casseruola: concediamo loro di rosolare un pochino, rotolandosi, scivolando uno sull’altro nell’olio aromatizzato
Abbiamo già preparato un brodo vegetale, tenuto al caldo, profumato di erbe e poche spezie.
La zucca è pronta: copriamola col brodo, abbassiamo il fuoco, lasciamo iniziare questa lenta e cullante cottura. Di tanto in tanto mescoliamo con dolcezza, fino alla morbidezza. Una patata a piccoli pezzetti può aiutare se amate una consistenza maggiore.
Un lama intransigente ed improvvisa frullerà tutto a crema, ci vorrà poco, due colpi di frusta e torneranno pace, sofficità e sapore.
Un piccolo ricordo personale: da bambini viaggiavamo molto in Italia, insieme ai nostri genitori e spesso si arrivava in tempo per cenare fuori. L’offerta dei menu era molto diversa, oscillava dalla cucina casalinga all’impronta francese: molte salse, molti filetti, piatti più elaborati. Sempre, che fosse una trattoria o un gran locale, il servizio era adeguato al luogo ma sempre cortese, puntuale, cordiale e all’occorrenza, inappuntabile. Se l’hotel in cui eravamo scesi disponeva di un ristorante, si cenava lì. Uno dei piatti che, quasi sempre, compariva nel menù serale era il ‘Potage du Jour’: una minestra ma più sovente un passato di verdure che ora, ahimè, troviamo già pronto nei supermercati.
Suvvia, abbandonate i conservanti e fate il vostro vero, accattivante e voluttuoso, ‘Potage du Jour’.
I simboli che trovate alla fine di ogni ricetta: sale e pepe rappresentano la difficoltà, la clessidra il tempo richiesto per la preparazione e il salvadanaio indica il costo degli ingredienti.


